Il nuovo volto del Transfer Pricing italiano alla luce del decreto MEF 14 maggio 2018

 

Il 14 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze contenente le linee- guida per l’applicazione della disciplina sui prezzi di trasferimento, di cui all’art. 110 comma 7 del TUIR.

L’intervento era atteso, dopo le modifiche introdotte al testo della norma dal DL 50/2017 (poi convertito in legge 96/2017), al fine di verificare il grado di aderenza agli indirizzi internazionali che il legislatore interno avrebbe introdotto.

In effetti, il transfer price rappresenta un istituto che di recente è stato rimodellato dalla prassi dell’OCSE, in particolare a seguito del completamento dei lavori del BEPS, con la conseguente esigenza che i sistemi nazionali debbano adeguarsi. Ciò risultava particolarmente urgente nel nostro ordinamento, nel quale -al di là della norma del TUIR- le interpretazioni dell’Amministrazione finanziaria erano particolarmente datate e, perciò, difficilmente sostenibili nel mutato contesto.

Tre sono i profili che merita valorizzare in questa sede.

Il primo attiene alla verifica della sussistenza di un rapporto rilevante tra le imprese partecipanti alla transazione. Il decreto chiarisce che due imprese sono da considerarsi “associate” ai fini dell’applicazione dell’art. 110 comma 7 del TUIR laddove una di esse “partecipa, direttamente o indirettamente, nella gestione, nel controllo o nel capitale dell’altra” (ovvero se entrambe sono sottoposte ad una tale forma di partecipazione da parte di uno stesso soggetto). Lo stesso art. 2 aggiunge che la partecipazione nella gestione, nel controllo o nel capitale si ha quando, alternativamente:

-vi è una partecipazione di oltre il 50% nel capitale, nei diritti di voto o negli utili di un’altra impresa; ovvero

-vi è una influenza dominante sulla gestione di un’altra impresa, sulla base di vincoli azionari o contrattuali.

L’intento del documento ministeriale è stato dunque quello di estendere il più possibile la latitudine del concetto di imprese associate, svincolandolo dal solo requisito formale della partecipazione maggioritaria al capitale ed aggiungendovi -oltre alle ben note ipotesi di influenza dominante- anche quelle nelle quali la partecipazione maggioritaria ha ad oggetto direttamente i diritti di voto o gli utili. Prevale, in sostanza, un approccio di tipo sostanzialista che finisce per rendere incerto l’ambito applicativo della norma.

Il secondo aspetto di interesse riguarda la definizione dell’ambito di valori entro il quale la transazione deve essere ritenuta at arm’s lenght. Come noto, la prassi dell’AF italiana si è da sempre mossa nella direzione di circoscrivere il range di accettabilità di una transazione all’intervallo di valori riferiti ai comparables e compreso tra il primo ed il terzo interquartile.

L’art. 6 del decreto, al contrario, “sdogana” l’intero intervallo di libera concorrenza riferito a tutti icomparables, con la conseguenza che la singola transazione oggetto di controllo potrà essere rettificata solo se il suo prezzo si pone tout court al di fuori di detto intervallo.

Quanto al metodo per la determinazione dei prezzi di trasferimento -e qui veniamo al terzo profilo di interesse- il decreto, pur richiamando tutti i principali metodi elaborati in ambito OCSE, attribuisce primario rilievo a quello della comparazione e, solo nel caso in cui esso non appaia più affidabile, indica l’esigenza di privilegiare in subordine i metodi tradizionali (prezzo di rivendita e costo maggiorato). L’utilizzo di metodi transazionali è dunque relegato a extrema ratio.

Appare peraltro significativo l’espresso richiamo al fatto che, laddove il contribuente abbia applicato un metodo compreso tra quelli disciplinati dall’art. 5 del decreto, allora l’AF possa effettuare una rettifica del prezzo di trasferimento solo rimanendo nell’ambito di tale metodo, senza perciò la possibilità di ricorrere ad uno diverso, anche qualora lo reputi più significativo.

Nel caso di rettifica, il decreto afferma -con un evidente pleonasmo- che l’impresa deve essere messa in condizione di dimostrare la correttezza della propria valutazione: al di là del rilievo che in tal senso potrà avere lo svolgimento di un genuino contraddittorio preventivo, avrà senza dubbio un impatto il recente orientamento della Corte di giustizia nella sentenza c-382/16 Hornbach Baumarkt. Qui la Corte di Giustizia ha affermato alla società residente deve essere concessa la possibilità di provare che la concessione di benefici senza contropartita a controllate residenti in altro Stato membro si giustifica con il suo ruolo di socioe con l’esigenza di sostenere la controllata che versi in situazione di difficoltà.

Dunque, per opporsi ad una rettifica di TP non occorre sempre e comunque provare che la transazione è avvenuta a valori di mercato, ma si può anche dimostrare che lo scostamento rispetto a questi ultimi è dovuto a ragioni interne al gruppo e relative al ruolo che la Controllante può e deve assumere a sostegno delle altre società del gruppo medesimo.