La Corte di Giustizia UE sul regime impositivo dei dividendi di fonte extra-UE: conseguenze anche per l’Italia?

Con la sentenza del 20 settembre 2018 nella causa C-685/16 EV, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dichiarato che il regime tedesco di imposizione dei dividendi provenienti da società collocate fuori del territorio europeo è contrario alle libertà fondamentali, in particolare alla libera circolazione dei capitali.

La normativa fiscale tedesca prevede che -mentre i dividendi di fonte interna sono esenti da imposizione laddove la partecipazione da parte del socio tedesco sia pari almeno al 15%- quelli distribuiti da società collocate al di fuori dell’Unione sono soggette a condizioni addizionali, in particolare alla verifica dell’operatività della società partecipata.

La Corte di Giustizia ha innanzitutto affermato che il caso in questione deve essere analizzato alla luce della libera circolazione dei servizi (artt. 63 ss. TFUE) dal momento che la partecipazione del 15% non attribuisce al socio un potere di influenza decisivo sulla partecipata (ché, altrimenti, si verserebbe nell’ambito della libertà di stabilimento). Tale valutazione è decisiva, dal momento che solo la libera circolazione dei capitali -per costante giurisprudenza della Corte UE- si applica anche ai rapporti con Stati terzi.

Ciò premesso, la sentenza EVafferma che la disciplina tedesca si pone in contrasto con tale libertà fondamentale, dal momento che -discriminando tra due situazioni viceversa comparabili (quella della partecipazione in società residente in uno Stato membro e quella invece della partecipazione in un ente collocato in uno Stato terzo)- comporta un ostacolo al suo godimento.

Non sussiste, peraltro, la causa di giustificazione che era stata valorizzata dal Governo tedesco, ovvero l’obiettivo di combattere la frode e l’evasione fiscale. Infatti, secondo la Corte, la disciplina tedesca, applicandosi in maniera generalizzata, finisce per introdurre una presunzione di evasione in relazione alle partecipazioni detenute in Stati extra-UE, quando invece sarebbe stato necessario che essa si indirizzasse specificamente a situazioni economicamente non genuine corrispondenti a “costruzioni di puro artificio”.

La decisione della Corte di Giustizia imporrà, come ovvio, al legislatore tedesco di modificare il regime in questione, rendendolo conforme ai principi espressi. Non è detto, tuttavia, che essa non possa avere effetti più ampi, inducendo altri Stati -che pure non sono vincolati dalla sentenza- ad adeguare la propria normativa interna proprio per evitare future censure da parte dei giudici del Lussemburgo.

Potrebbe essere questo il caso dell’Italia, ove i dividendi provenienti da Stati extra-UE che siano inclusi nella black listnon godono, salvo in casi de tutto marginali, del trattamento di imposizione attenuata (participation exemption) viceversa previsto per i dividendi di fonte domestica e white list.

Si tratta, perciò, di valutare caso per caso se i principi espressi nella sentenza EVpossano essere utilmente richiamati in fattispecie domestiche.